Il Sudafrica di Alessandro

 

Nants ingonyama bagithi Baba 

Sithi uhm ingonyama

 

Poche parole in lingua zulu possono riassumere il viaggio in Sudafrica, Zimbabwe e Botswana. 

No, non è che in dieci giorni o poco più ci sia stato il tempo di imparare le lingue africane (anche perché l'inglese la fa da padrone). Sono i versi iniziali de “Il re Leone”, liberamente traducibili come “Padre, ecco arriva il leone. Sì, proprio il leone”.

Perché tutto questo “sproloquio”? Ma perché se c'è da scegliere un'immagine per questo viaggio questa non può che essere quella del Re della foresta. O meglio, del bush, come abbiamo imparato a chiamare l'habitat dei Big Five.

Il viaggio è stato un crescendo continuo: non solo “geografico”, da sud a nord (ovvero dal “fresco” al caldo – qui è tutto alla rovescia), ma di emozioni.

E non che fin dal primo giorno non ce ne siano state, anzi. Città del Capo, la sua storia (che si confonde e in parte identifica con quella dell'intero Paese), la sua vita e il suo presente, con le tante contraddizioni, a partire proprio da un passato recente che si vorrebbe ormai consegnato alla storia  ma che è tutt'altro che “passato”. E poi “il Capo”, come è conosciuto il promontorio che dà il nome alla città: il Capo di Buona Speranza. Col suo faro e la vista che si perde nel mare. Alle elementari si studiava che era il punto più a sud dell'intero continente africano; qui si scopre che non è proprio così, ma il fascino è lo stesso. Oltre quel faro, oltre quegli scogli, solo mare. E il ricordo dei grandi navigatori che di qui sono passati.

E poi via, per una route panoramica attraverso una terra che ha ben poco di africano (per noi abituati ad altre immagini) e molto di europeo, sospesa tra il passato (remoto) olandese e il ricordo, ancora ben vivo, della dominazione inglese. Terra unita da mille colori (gennaio è pur sempre il cuore dell'estate australe) ma dove il bianco e nero delle popolazioni resta elemento di divisione.

Dal sud al nord del Paese: cambiano i paesaggi ma soprattutto cambiano le emozioni. I grandi spazi cedono il passo alla fitta vegetazione; le route panoramiche a piste di terra battuta. È infatti ai confini del grande Kruger Park che inizia l'avventura dei safari, alla scoperta (e alla ricerca) di quegli animali che abbiamo visto solo nei film, nei documentari, al peggio in qualche zoo.

Sveglia all'alba, abiti comodi, colori poco appariscenti, e via sui fuoristrada sperando di vedere e incontrare gli “abitanti” del posto. Facoceri, lemuri, gazzelle, impala, emù, sciacalli, iene. E poi ancora macachi, zebre, giraffe, ippopotami. Fino ai “big five”, i cinque grandi dell'Africa: leone, elefante, bisonte e rinoceronte. Ci sarebbe anche il leopardo, ma per quello non era proprio stagione.

Ma più di tutti è il leone. Grande, maestoso, solenne. Capace di mettere tutti in assoluto e religioso silenzio per dieci interminabili minuti. Non già per timore ma per ammirazione. E forse anche di incredulità quando, su una pista di terra battuta del bush africano, ci si trova lì, a pochi metri dal re con la sua corte di leonesse e cuccioli. Per far capire chi comanda si mette al centro. Del branco e della strada. Non si muove. E quando alla fine si allontana è comunque la jeep a fare marcia indietro. Qui il padrone è lui.

Ma il viaggio non è finito. Due ore di volo, ancora da sud verso nord, e si arriva in Zimbabwe.

Altro Paese, altro paesaggio. Qui è l'Africa dei film. La vegetazione si dirada, la terra si colora di rosso e il cielo cambia tinta. Siamo sulle rive dello Zambesi, il grande fiume che proprio qui crea lo spettacolo delle cascate Vittoria, il “fumo che tuona”, come sono conosciute nella lingua locale. Poco più su il fiume, ancora calmo e navigabile, offre il meglio di sé. Specialmente al tramonto. Con le imbarcazioni che strategicamente si posizionano per far ammirare il sole quando si tuffa nelle acque, regalando una tavolozza di colori che resta negli occhi e nel cuore ancora prima che sulla pellicola o nei pixel di una fotografia. Il rosso infuocato diventa arancione, giallo, rosa, viola. E mentre piano piano la luce cala tutte le voci tacciono. Probabilmente è proprio questo il mal d'Africa.

Ultima tappa è sulle sponde di un'altro fiume, il Chobe, nel vicino Botswana. Qui nel parco omonimo si possono ammirare decine di ippopotami, calmi nelle acque (e meno male) e letteralmente migliaia di elefanti che si spostano ogni giorno dalle rive all'entroterra. In fila indiana, maschi e femmine, grandi e piccoli, fino agli ultimi nati che seguono la mamma, a tratti prendendone la coda con la proboscide. Decisamente sembra di essere in una scena del Libro della Giungla. Il continente è un'altro, ma le emozioni sono quelle.

 

Alessandro Ronchini

Viaggio effettuato dal 28 Dicembre al 10 Gennaio 2015

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